santa giulia

La passio della Santa ci è giunta in varie recensioni, redatte assai più tardi delle vicende narrate.
Secondo le recensioni più antiche (sec. VII ca) – probabile opera di monaci delle isole Gorgona e Capraia – Giulia, figlia di patrizi, nacque a Cartagine nel 420 d.C. Non abbiamo notizie della sua fanciullezza, ma supponiamo che vivesse ignara e serena nella tranquillità di una famiglia esemplarmente cristiana e che avesse donato sin da tenera età la sua verginità a Dio.
Nel 436, a causa della presa di Cartagine da parte dei Vandali, sarebbero morti il padre e la madre di Giulia, mentre ella venne fatta prigioniera con altre fanciulle. Essendo usanza di quei barbari di non offendere le donne catturate, ma di prenderle in moglie o tenerle per serve, Giulia venne venduta come schiava ad un mercante siriano di nome Eusebio.
Lo stesso Eusebio, conquistato dalle sue doti, dalla sua prudenza e saggezza, la volle al suo diretto servizio, nel quale "ella si diportò con tanta diligenza e modestia” che, convinto pagano qual era, Eusebio non coltivò altro desiderio che farle abiurare la sua fede cristiana, arrivando perfino a prometterle non solo la libertà, ma ogni fortuna ed anche di farla sua moglie se avesse fatto sacrifici agli idoli. Ella cortesemente rifiutò e rivelò al padrone di aver fatto voto di verginità, aggiungendo che “ella stessa ricca e libera era stata fatta serva per volontà di Dio e non degli uomini e che perciò voleva seguire fino in fondo il volere divino”. Eusebio perseverò nel tentativo di convertire al culto idolatrico la giovane Giulia, che tuttavia resistette. La sua costanza e l’assiduità nei suoi compiti convinsero Eusebio a non ostacolarla e a rispettare il suo tenore di vita fatta di preghiera, di astinenza, di mortificazione, di veglie continue e di inesauribile carità verso gli altri.

In seguito alla conquista della Sardegna e della Corsica da parte di Genserico, Eusebio volle estendere anche là i suoi commerci, per spingersi poi nelle Gallie. Si sarebbe quindi stabilito nel 439 a Nonza, castello posto sopra il promontorio più settentrionale della Corsica, dagli antichi chiamato prima Pietra Sacra e poi Capo Corso.
Un bel giorno Eusebio s’imbarcò per i suoi commerci verso le Gallie, ma la sua nave fu colta da una tempesta che per gli impedì di proseguire, decise allora di tornare indietro. Sbarcato a Nonza, trovò ad aspettarlo Felice, preside della Provincia, il quale aveva fatto allestire sulla piazza principale un grande atto sacrificale.
Felice era un idolatra accanito, persecutore instancabile di Cristiani. Venuto a sapere dell’esistenza di Giulia e della sua fervente cristianità, la fece prelevare dalla nave con uno stratagemma e la fece portare sul luogo del sacrificio per costringerla ad abiurare. Usò dapprima maniere dolci e persuasive, promettendole tra l’altro di liberarla dalla sua condizione di schiava se avesse sacrificato agli dei. Giulia rifiutò fermamente. Il tiranno ricorse allora alle più severe minacce, anche di morte. Nell’udirle la faccia della giovane rifulse subito di grande gioia e dalla sua bocca uscì un vivo ringraziamento a Dio che la faceva partecipe dei primi frutti della sua santissima Passione. Felice ne fu profondamente irritato, comandò che venisse percossa in faccia e lo fu in modo così brutale che le saltarono i denti e gli occhi le diventarono lividi, tanto che parve cambiasse fisionomia. Ma Giulia - anzichè intimorirsi - continuava a predicare il suo Dio, cosicchè Felice ordinò che, denudata a metà, sciolta la capigliatura, fosse appesa per i capelli ad un albero affinchè i dolori atroci al corpo e la vergogna della nudità la facessero cedere. Ottenne, invece, l’effetto contrario. A voce alta la giovinetta incominciò di nuovo a ringraziare Dio per averla resa ancor più partecipe della sua Passione. Il tiranno comandò, allora, che venisse flagellata con verghe, ma visto che la martire continuava a invocare Dio Consolatore e refrigerio alla sua anima, s’inasprì ancor più e, fattala legare con forti corde, la fece battere e graffiare con uncini di ferro, tanto che il terreno si inzuppò di sangue.

Vedendo poi che i capelli non la sostenevano più, la fece appendere ai rami con le mani e le braccia legate, affinchè più lungo fosse il tormento. Lui stesso e i suoi scherani la fecero oggetto di sberleffi e ingiurie. Quanto più questi crescevano tanto più il viso di Giulia si trasfigurava in un’estasi beata. Dalla sua bocca uscivano parole dolcissime. Il tiranno si infuriò ancor più e con due tenaglie le fece strappare i seni, che gettati a terra su un suolo arido e roccioso, fecero zampillare due fontane d’acqua viva.
Nonostante i tormenti inauditi, la santa non morì subito, anzi, come per miracolo, riprese forza e vigore, tanto che Felice risolse di farla morire. Infuriato esclamò: “il tuo Dio fu confitto ad un tronco di croce fra ladri e come tale ritenuto. Tu farai la stessa fine infame” e, spumante d’ira, se ne andò mentre molti degli astanti si convertirono alle parole che la giovinetta andava loro rivolgendo mentre veniva fabbricato il patibolo.

Condotta sul luogo in cui era stata eretta la croce, lo stesso sul quale poi sorse la chiesa parrocchiale di Nonza, Giulia si inginocchiò per terra e, come rapita in estasi, pregò. Denudata, perchè l’umiliazione di vergine castissima accompagnasse i suoi ultimi tormenti, venne conficcata alla croce, dove spirò, serena in volto e con gli occhi rivolti al cielo. Esalato l’ultimo respiro, fu vista uscire dalla sua bocca una candida colomba che si sperse volando nell’infinito: in essa venne ravvisata l’anima innocente della santa che volava verso il Paradiso.

Mentre i carnefici si disperdevano nella notte profonda, alcuni angeli aleggiarono intorno alla croce e, mentre alcuni si davano da fare per mettere su carta gli atti del glorioso martirio, altri volarono verso l’isola di Gorgona, di fronte alla Toscana, dove si presentarono ad alcuni monaci per annunciare loro la morte della santa e sollecitarli a partire per ricuperarne il corpo. I monaci Gorgonesi, allora, veleggiarono verso Nonza, dove trovarono il corpo della santa e la scritta degli angeli ad attestazione del martirio.

Staccarono con somma riverenza il corpo dalla croce, lo coprirono con devozione e lo caricarono sull’imbarcazione per far ritorno all’isola di Gorgona, dove lo unsero con aromi e lo seppellirono con grandi onori in un monumento: era il 22 maggio, giorno in cui venne fissata la festa liturgica.
Una recensione posteriore, di provenienza bresciana, aggiunge la notizia intorno alla traslazione del corpo di Giulia dall’isola Gorgona alla città di Brescia; traslazione che ebbe luogo nell’anno 763, a cura del bresciano Desiderio, re dei Longobardi, e di sua moglie Ansa, probabilmente per dare incremento al monastero di Benedettine, da essi appena fondato (754 – 760). Durante la traslazione il corpo approdò dapprima nei pressi dell’antico nucleo urbano dell’odierna città di Livorno, dove il culto della martire si è diffuso sin dall’VIII – IX secolo. La devozione alla Santa, umile e laboriosa, fedele imitatrice del suo Padrone Celeste fin nei particolari del supplizio, è legata alle piaghe che l’hanno contraddistinta. Per questo, è invocata nelle patologie delle mani e dei piedi.